DI GIORGIA CUBEDDU

Sebbene la medicina stia mostrando un positivo incremento delle donne nelle proprie schiere a livello occupazionale, è ancora purtroppo un campo che presenta dei gap strutturali di genere che necessitano di essere sanificati. A livello accademico, ci sono ancora troppe poche ricercatrici, pochi articoli firmati da donne e poche prime firme femminili. E questo non aiuta a colmare le enormi lacune a livello di diagnosi, sperimentazione farmacologica, ricerca scientifica e somministrazione della cura.

Storicamente parziale e androcentrica, molta della formazione medico-sanitaria e della diagnostica è ancora declinata solo sull’esperienza maschile, poiché ancora imperniata sull’assunto – tutto culturalmente sessista – della donna come variante dell’uomo.

Eppure ormai è assodato che vi sia una differenza di genere  nella risposta alle terapie per una questione fisiologica che dipende dall’altezza,  dal peso, dalla percentuale di massa magra e grassa, quantità di acqua, Ph gastrico – parametri che variano in modo significativo in corpi AMAB  (Assigned Male at Birth) e corpi AFAB (Assigned Female at Birth) e che condizionano in modo attivo e significativo sul quantitativo di farmaco, sul suo assorbimento e la sua eliminazione.  E non solo: determinate patologie, come il cancro al colon o i problemi cardiovascolari, e certe neuropatologie dello sviluppo, come l’autismo o il disturbo dell’attenzione, tra le tante, hanno sintomatologie completamente diverse in base al genere. E spesso questo comporta gravi errori nella somministrazione dei farmaci e perfino mancate,  o errate, diagnosi.

Nonostante ciò, la prassi è quella gender blindsebbene cieca non lo sia affatto – sin dalla fase clinica e preclinica, dove la ricerca e il testing farmacologico sono spesso attuate solo su soggetti uomini. A meno che, ovviamente, non si tratti di specificità inerenti alla salute riproduttiva.

A riguardo, ne la Dichiarazione della commissione per l’etica nella ricerca e la bioetica sulla differenze di genere nella ricerca farmacologica del 2018, il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha lamentato una estrema sotto-rappresentazione delle donne in tutte le fasi si sperimentazione, in particolar modo nella fase di valutazione della dose massima tollerata. E questo è concettualmente ed eticamente problematico, perché non tiene in conto delle specificità dell’esperienza sessuata delle persone AFAB.

Di ciò, fortunatamente, si è fatta portavoce la Medicina di Genere (MdG), che si occupa di un’erogazione della cura sanitaria che non solo tiene in considerazione l’influenza delle differenze biologiche, socio-economiche e di genere sullo stato di salute delle persone, ma che, secondo metodologie e letture dei dati alternative, valuta anche le differenze rispetto ai sintomi e propone percorsi diagnostici  e terapeutici alternativi.

Ma ad ora, solo il 50% delle ricerche sono svolte tenendo in considerazione la variabile del genere – un’omissione che può essere letta come una distorsione nell’interpretazione dei risultati.

È necessario un cambiamento nella metodologia della ricerca, che non può avere come obiezione la questione economica o la complessità aggiunta dalle variabili intrinseche del corpo femminile.

Va da sé, dopotutto, che una valutazione equa di base richieda un numero superiore di persone attraverso l’integrazione dei generi, con conseguente aumento della mole di lavoro e di spesa. Ma va altrettanto da sé che questo sia il costo di una ricerca non solo più etica, ma anche accurata. Perché la complessità ciclica portata dai corpi femminili – che necessita  la considerazione di fattori quali l’età, le variabili ormonali, eventuali gravidanze – merita la  giusta attenzione e il giusto studio.

Perché fondamentalmente non è solo una questione di inclusione o gender gap, ma dell’insindacabile diritto alla salute che dovrebbe essere esercitato e garantito allo stesso modo per tutt3.

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