Con l’espressione “gender gap” ci si riferisce al divario di genere che si osserva, in Italia, ma anche a livello europeo, nel mondo del lavoro. Secondo il Report on gender equality dell’UE, a fronte di migliori risultati scolastici per le donne rispetto agli uomini, a mano a mano che si sale nei livelli di istruzione, e soprattutto nei percorsi post lauream, il numero di donne che prosegue gli studi diminuisce.
Nel mondo del lavoro, invece, le donne si licenziano o ricorrono al lavoro part-time molto più degli uomini, quasi sempre per esigenze familiari (come risulta dalle motivazioni addotte dalle lavoratrici stesse al momento della richiesta del part time).
Nell’ambito scientifico e tecnologico il divario aumenta, poiché si è osservato che, anche laddove le donne hanno buoni risultati scolastici in alcune branche delle scienze e delle tecnologie, quelle che proseguono per quel ramo negli studi universitari sono molte di meno, evidenziando un abbandono che si è rivelato essere in parte causato dai docenti stessi, che non valorizzano il ruolo delle donne nelle materie STEM, anzi, molto spesso, consapevolmente o meno, disincentivano la partecipazione delle ragazze a questi percorsi.
Le motivazioni sono sempre le stesse: se vuoi far carriera devi dare ampia disponibilità di orario, non ti puoi assentare, devi essere disposto a spostarti e il lavoro deve essere sempre al di sopra di tutto il resto. Naturalmente una visione così estrema del lavoro mal si sposa con il desiderio di mettere su famiglia, poiché la maternità comporta un periodo più o meno lungo di assenza totale dal posto di lavoro, così come avere figli piccoli espone il lavoratore o la lavoratrice al “rischio” di doversi assentare per malattia del figlio. Ma, soprattutto, chi ha figli a casa ha anche una limitazione sull’orario di lavoro o, meglio, ha la necessità di rispettare gli orari standard di lavoro, avendo, comunque la responsabilità di dover prendersi cura di altre persone.
Perché questo si riflette in un gender gap? La famiglia non è composta solo dalla mamma. Infatti, non lo è. Ma storicamente e tacitamente si è sempre tramandata la convinzione che le responsabilità familiari debbano ricadere su una sola figura, in questo caso quella femminile. D’altra parte, fino a meno di un secolo fa l’uomo era colui che “portava i soldi” e la donna era quella che si occupava della casa e dei bambini.
Fortunatamente i tempi stanno cambiando (hanno iniziato a cambiare già da un po’, ma non è semplice, alcune rivoluzioni richiedono tempo, purtroppo), per cui abbiamo dato vita a questo progetto. Abbiamo ricercato delle donne lavoratrici, specializzate in ambito STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) che “ce l’hanno fatta”: hanno raggiunto risultati e posizioni importantissimi e, contemporaneamente, hanno costruito una famiglia, con uno o più figli.
Abbiamo posto loro alcune domande, sulla carriera, sulla famiglia, sul loro lavoro e su come siano riuscite a conciliare tutto. Infine, abbiamo chiesto loro di lasciare un messaggio alle nuove leve, alle giovani studentesse che stanno pensando di proseguire gli studi in ambito scientifico e tecnologico, per offrire testimonianze, ma anche sostegno nella loro scelta.
La scelta delle protagoniste ha spaziato dalla fisica alla chimica, dall’informatica alla biologia, così come il ruolo assunto, che va dalla docente universitaria alla direzione di un istituto di ricerca fino ad arrivare alle libere professioniste con partita iva:
- Tiziana Catarci, professoressa ordinaria di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni (ING-INF/05) presso l’Università La Sapienza di Roma;
- Patrizia Caraveo, direttrice dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Milano e professoressa a contratto presso l’Università di Pavia;
- Elisabetta Comini, professoressa ordinaria di Fisica della Materia presso l’Università degli Studi di Brescia;
- Luisa Torsi, professoressa ordinaria di chimica all’Università degli Studi Bari Aldo Moro e adjunct professor presso l’Åbo Akademi University in Finlandia;
- Maria Cristina Facchini, dirigente di ricerca dell’ Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima –Consiglio Nazionale delle Ricerche (Bologna);
- Monica Gori, scienziata senior di ruolo presso l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova;
- Maria Rosaria Baldi, biologa nutrizionista e Laura Savoia, biologa nutrizionista.
Ognuna delle protagoniste ci ha concesso un’intervista, rispondendo ad un set di domande simili tra di loro. Naturalmente ogni intervista è stata contestualizzata e adattata in base al ruolo professionale di ognuna delle scienziate. Daremo ad ognuna il suo spazio perché le testimonianze riportate meritano la giusta attenzione, da parte di chi scrive e da parte di chi legge.
E’ importante che si mandi un messaggio propositivo, perché è vero che le cose stanno cambiando, ma è vero anche che l’esperienza di chi ci è già passato è un tesoro fondamentale per comprendere il fenomeno e per poter dimostrare che, per una donna, il lavoro e la famiglia possono (e devono) viaggiare sullo stesso binario.
Non è solo un problema politico, ma, prima di tutto, una questione culturale.
Questa intervista rientra nel lavoro di tesi svolto da Giovanna Corona su “Scienziate e Maternità” all’interno del Master in Comunicazione Scientifica dell’Università di Parma, grazie al quale sono state poste alcune domande a scienziate attualmente in attività sulla carriera, sulla famiglia, sul loro lavoro e su come siano riuscite a conciliare tutto. La scelta delle protagoniste ha spaziato dalla fisica alla chimica, dall’informatica alla biologia, così come il ruolo assunto, che va dalla docente universitaria alla direzione di un istituto di ricerca fino ad arrivare alle libere professioniste.

