Maria Cristina Facchini è laureata in Chimica presso l’Università degli Studi di Bologna ed è Dirigente di Ricerca dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima – Consiglio Nazionale delle Ricerche (Bologna).
Si occupa di processi chimici e fisici di aerosol e nubi e dei loro effetti sui cambiamenti della composizione dell’atmosfera e del clima.
E’ l’unica ricercatrice italiana riconosciuta come Lead Author del 5th Assessment Report dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC): “Climate Change – The Physical Science Basis” (WG1).
Ha una figlia.
D.: Lei ha una grande esperienza nella ricerca scientifica e la condivide in famiglia, dal momento che anche suo marito si occupa di ricerca. La sua carriera ha influito sui suoi programmi familiari (es. ha aspettato un determinato momento per sposarsi o per diventare madre)?
Purtroppo la mia carriera non è iniziata benissimo. Sono stata precaria per molti anni, a quel tempo non venivano versati neanche i contributi previdenziali. Ad un certo punto ho lasciato la ricerca e sono andata in ARPA Emilia Romagna. Avevo un ottimo contratto e il triplo dello stipendio che avevo prima, ma piangevo ogni giorno per non era quello che volevo fare. E’, stato, comunque, in quel periodo che ho avuto mia figlia.
D.: Viceversa, la costruzione di una famiglia ha influito sul suo lavoro (es. non poteva viaggiare, ha dovuto rinunciare a qualcosa)?
Io sono fortunata perché ho un marito “magico”: è più grande di me di nove anni e quando è nata la bambina mi ha detto “io sono nove anni più avvantaggiato, quindi ora tocca a te”.
Ho ripreso a viaggiare e portavo mia figlia con me quando non andava a scuola. Mi è capitato anche di cercare una baby sitter in un Paese estero. Alcuni mi hanno criticato, sostenendo che andassi a mettere mia figlia in mano di estranee, ma i criteri di scelta di una collaboratrice sono gli stessi, che sia in Italia o in Nuova Zelanda.
Inoltre il lavoro da scienziata, in base a come lo si organizza, può lasciare anche del tempo libero, quindi non ho mai pensato di dovermi lamentare.
Quello a cui ho dovuto rinunciare per la carriera, invece, è avere il secondo figlio.
Da piccola mia figlia mi faceva notare che, ad esempio, ero l’unica mamma che non andava mai a prenderla a scuola, ma poi, da grande, mi ha confessato di non aver mai davvero sentito la mia mancanza e mi ha sempre stimato come figura lavorativa.
D.: Ha potuto usufruire del congedo di maternità senza interrompere alcun contratto?
Fortunatamente sì, come dicevo in quel periodo lavoravo all’ARPA Emilia Romagna a tempo indeterminato, per cui ho avuto la possibilità di utilizzare l’astensione obbligatoria e i congedi parentali.
D.: Ha dovuto allontanarsi dal suo lavoro durante la gravidanza e/o l’allattamento perché “lavoro a rischio”? Se sì, questo ha influito sulla progressione di carriera?
Sì, il mio lavoro era considerato “a rischio”, sia per gravidanza che per allattamento, per cui non potevo avvicinarmi ad un laboratorio. L’alternativa sarebbe stata ripiegare su un altro tipo di lavoro molto diverso, per cui ho preferito utilizzare anche il congedo facoltativo, rimanendo a casa con mia figlia per un anno. Dopo quel periodo, tornando al lavoro, metà del mio stipendio se ne andava tra baby sitter e altri aiuti.
D.: Le hanno mai, consapevolmente o meno, fatto pesare il fatto di “essere una donna” nel suo lavoro?
Il mio ambiente lavorativo di allora era molto “maschile”, non tanto per un divario di genere numerico, quando per mentalità. Ho subito discriminazioni esplicite da parte di donne “carrieriste”, perché sostenevano che fosse impossibile far carriera e avere anche una famiglia e mi sentivo anche in colpa. La mia opinione è che le donne siano più spietate degli uomini, a volte, nell’esprimere questo tipo di giudizi.
D.: Vorrebbe lasciare un messaggio alle giovani studentesse di scuole superiori e universitarie?
Secondo la mia esperienza le donne sono più brave a livello apicale, ma poi sono gli uomini quelli che fanno carriera. Questo perché gli uomini hanno più autostima, mentre le donne con la pubertà la perdono. Il problema del divario di genere è che i posti ci sono per tutti, ma mancano le candidate. Credo che bisognerebbe agire fin dalle elementari, per dare un’educazione di base ed eliminare gli stereotipi di genere.
Quando avevo 25 anni fui selezionata per andare a relazionare sulla mia tesi di laurea all’estero. In fila c’erano dei grossi personaggi che avevo anche citato nel mio lavoro. Avevo imparato tutta la tesi a memoria in inglese, la mia relazione andò benissimo. Tornando a posto notai che i maschi stavano ridacchiando. Uno dei professori aveva detto “E’ troppo carina, non posso prendere appunti.”
Questa intervista rientra nel lavoro di tesi svolto da Giovanna Corona su “Scienziate e Maternità” all’interno del Master in Comunicazione Scientifica dell’Università di Parma, grazie al quale sono state poste alcune domande a scienziate attualmente in attività sulla carriera, sulla famiglia, sul loro lavoro e su come siano riuscite a conciliare tutto. La scelta delle protagoniste ha spaziato dalla fisica alla chimica, dall’informatica alla biologia, così come il ruolo assunto, che va dalla docente universitaria alla direzione di un istituto di ricerca fino ad arrivare alle libere professioniste.
