di VANESSA BERTI

Viviamo in un mondo in cui il flusso di notizie non si ferma mai, siamo costantemente bombardati da informazioni tramite gli ormai numerosi media: motivo per cui oggi più che mai è diventato necessario lo sviluppo di un pensiero critico che ci permetta di attuare una distinzione tra i dati affidabili e non.

Oggigiorno i dati sono entrati nella nostra quotidianità, viene sempre richiesta la loro presenza per il sostegno delle proprie tesi e argomentazioni in quanto caratterizzati da una dimensione fortemente oggettiva. Questa presunta oggettività rende plausibile la formazione di un immaginario dentro ognuno di noi che si manifesta tramite la perpetuazione di una narrazione. 

Ma i dati sono davvero così neutri?

Quando li leggiamo tendiamo a limitarci all’osservazione dei numeri, le percentuali, i grafici senza porci domande concernenti la loro raccolta, la metodologia utilizzata e le figure che li hanno forniti. È fondamentale la contestualizzazione di essi all’interno di un panorama più ampio.

È in questa dimensione di dubbio e domande che poniamo uno dei bias cognitivi più comuni, spesso anche con le migliori intenzioni: il cherry picking. Si tratta di una fallacia logica caratterizzata dall’attitudine da parte di un individuo volta a selezionare solo le prove a favore della propria tesi, ignorando quelle che potrebbero costituire una confutazione, anche nel caso in cui queste ultime siano oggettivamente più attendibili rispetto alle prime. in ambito scientifico per esempio possono essere enfatizzati dei risultati ottenuti evidenziando quelli a favore della propria teoria,  nonostante il campione analizzato possa oggettivamente essere insufficiente per avere un dato statisticamente significativo (o viceversa troppo ampio, o non sufficientemente omogeneo).

Cherry picking significa letteralmente “raccolta di ciliegie”: esattamente come tendiamo a scegliere le ciliegie esteticamente migliori scartando quelle poco mature o ammaccate, selezioniamo quei dati e quelle prove più congeniali per il rafforzamento della nostra tesi, guidati dalle nostre convinzioni, scartando ciò che potrebbe invalidare la nostra posizione. La pericolosità di questa fallacia logica trova la sua origine nell’assenza di intenzionalità da parte di chi la esercita: può essere volontaria ma frequentemente viene attuata involontariamente. 

Numerosi stereotipi di genere sono generati da questo fenomeno. Pensiamo alla divulgazione di studi riguardanti l’inclinazione naturale del genere femminile e di quello maschile, secondo cui le donne sarebbero più propense al lavoro di cura, sia in ambito domestico che professionale: in realtà è il contesto sociale a costruire o a smontare gli stereotipi. Un altro errore frequentemente commesso riguarda il possibile utilizzo di un dato ottenuto tramite l’osservazione di una determinata parte della popolazione al fine di parlare di un fenomeno che riguarda una categoria più ampia, attuando così un’operazione errata di generalizzazione. Un esempio di questo è la comunicazione di un aumento di accesso di donne a una determinata scuola, facendo passare erroneamente l’idea che tale aumento riguardi materie STEM quando invece si riferisce solo a materie umanistiche.

Questo bias cognitivo è fortemente favorito anche dalle cosiddette echo chambers, ovvero ambienti online in cui le opinioni vengono rafforzate dall’interazione con informazioni o fonti caratterizzate dallo stesso tipo di orientamento, creando così una sorta di bolla dalla quale è possibile fuoriuscire nel momento in cui noi dettati dalla nostra volontà decidiamo di cercare notizie contrapposte alle nostre convinzioni.

È possibile combattere questo bias?

Sì, ponendosi domande quando ci si imbatte in una lettura di dati, ad esempio. Ecco alcuni strumenti utili:

  • è importante guardare sempre la fonte, che possiamo ritenere affidabile quando essa condivide la metodologia utilizzata
  • cercare dei confronti che possano posizionare quel determinato dato all’interno di un contesto più ampio
  • non effettuare forzature al fine di trovare correlazioni in realtà deboli o inesistenti

Vanessa Berti nasce a Pistoia il 29 ottobre 2000. Ha frequentato il Liceo Linguistico presso l’Istituto ITCS Pacini, diplomandosi nel 2019: anno in cui conclude anche un percorso professionale di danza. Oggi studia Scienze della Comunicazione a Bologna, svolge il proprio tirocinio presso l’Associazione She is a scientist ed è in procinto di laurearsi.

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