DI VALENTINA IESARI


«Le donne sono una porzione della popolazione particolarmente vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici, sia sul piano economico che sociale»

Direttore dell’Ambiente del Ghana, Commissione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile del 2007

In Ghana l’agricoltura svolge un ruolo significativo nell’economia del paese, soprattutto quando quest’ultima riguarda la sussistenza della popolazione femminile. Questa realtà non è stata ad oggi pienamente compresa dai responsabili politici, nonostante il contributo delle donne al paniere alimentare nazionale. Nel 2003 si stimava che quest’ultime coltivassero il 70% delle colture alimentari, mentre il 49% di esse erano lavoratrici autonome nel settore agricolo. Addirittura, nel 2010, la Social Watch Coalition riportava anche che le donne sono responsabili dell’87% della produzione di colture alimentari. Questi dati confermano quanto sia radicato nel tempo il ruolo della donna nell’ambito agrario in Ghana, ma contemporaneamente certificano quanto poco si conoscano le condizioni di povertà in cui vivono e lavorano queste donne.

Source: News Ghana, Ecological Organic Agriculture in Northern Ghana
News Ghana

Ghana: i dati della situazione femminile

Il Ghana soffre di un forte divario di genere nello sviluppo economico. Le donne ghanesi affrontano una giornata lavorativa del 15-20% più lunga rispetto agli uomini, ma solo il 19% completa l’istruzione formale, rispetto al 37% degli uomini e solo il 42% è alfabetizzato, rispetto al 66% degli uomini. Inoltre, le donne hanno un accesso limitato al credito, ai macchinari, ai fertilizzanti e ai servizi di divulgazione agricola, in aggiunta al fatto che sono più escluse dall’accesso a industrie generatrici di reddito come quelle del comparto agro-forestale. Queste problematiche, infine, si sommano ai cambiamenti climatici ai quali il Ghana, come molti altri Stati africani sul limite del deserto del Sahara, è particolarmente sensibile.

L’indagine

Per indagare più dettagliatamente questa problematica, Trish Glazebrook, professoressa della Washington State University, ha condotto una ricerca sull’ecosistema del nord-est del Ghana, che si estende da est a ovest attraverso l’Africa subsahariana. La zona è arida e semi-desertica, ecologicamente fragile e da tempo suscettibile ai cambi di trend delle condizioni climatiche dell’Africa occidentale. Le donne di questa regione hanno una forte esperienza di lunghi periodi di siccità e violente stagioni delle piogge, e per questo hanno dovuto attuare pratiche di adattamento a fronte di tali condizioni fragili e mutevoli.

Glazebrook ha intervistato circa 150 donne e ciascuna di loro ha riportato di essere stata colpita da alluvioni o altri eventi meteorologici estremi. Considerando il fatto che queste donne non coltivano per reddito, ma per la diretta sussistenza delle loro persone a carico, la perdita di diversi raccolti è significativa, poiché influisce sulla nutrizione e la malnutrizione, in particolare di bambini e anziani.

Le possibili soluzioni

Una coltura che potrebbe garantire un buon reddito e un discreto fabbisogno energetico per i componenti di una singola famiglia è il riso, che richiede tuttavia anche alta intensità di manodopera; buona parte delle donne intervistate ha affermato di non potersi permettere di acquistare strumenti idonei per la coltivazione del riso (e.g. giovenchi, aratri e aratori). Quindi spesso il lavoro si basa su un sistema volontario che coinvolge quasi tutti i membri del nucleo familiare, gestito da una o più donne. È necessario allora individuare una soluzione che permetta alle donne del Ghana di trovare un equilibrio tra i fabbisogni nutrizionali ed economici, senza, allo stesso tempo, dover sviluppare un’agricoltura intensiva che aggraverebbe lo stato degradato dell’ecosistema nel quale vivono.

Source: Food and Agriculture Organization of the United Nations

Una soluzione possibile potrebbero essere i sistemi di coltura tradizionali di cui queste donne sono depositarie. Infatti, le donne coltivatrici dell’Africa, in particolare quelle che sono in diretto contatto con aree ecologicamente sensibili, hanno competenze tecnico-pratiche nell’adattare sistemi di lavori ai cambiamenti ciclici dei modelli meteorologici. Alcuni scienziati hanno già riconosciuto la valenza di queste pratiche sostenibili e chiedono che venga rivalutato il ruolo delle donne contro la lotta ai cambiamenti climatici. Sempre nel 2007 il direttore dell’Ambiente del Ghana alla Commissione delle Nazioni Unite ha dichiarato a tal proposito:

«Invito i governi e tutte le istituzioni competenti a coinvolgere le donne in tutti i livelli dei processi decisionali sul cambiamento climatico per trarre vantaggio dalle loro abilità speciale nella gestione delle risorse naturali»

Direttore dell’Ambiente del Ghana, Commissione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile del 2007

Tra i politici, quindi, c’è stata una crescente consapevolezza della resilienza delle donne nell’adattamento al climate change. Dianne Rocheleau, ricercatrice e professoressa emerita della
Clark University , afferma che «c’è una riscoperta della scienza ecologica, politica e sociale delle donne, di fronte alla loro capacità di sopravvivere in condizioni climatiche repentine ed avverse». Tuttavia, dato che gli impatti del climate change sono troppo rapidi, l’integrazione della conoscenza delle donne ghanesi nel processo decisionale e politico potrebbe non essere abbastanza. La politica di uno sviluppo sostenibile e di adattamento non deve essere solo relegata al contesto agricolo, ma deve essere integrata in un raggio d’azione più ampio su più livelli, così che le donne ghanesi possano essere coinvolte anche sui dibatti economici e sociali del loro paese.


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Bibliografia

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Valentina Iesari

Biologa Ambientale, laureata presso la Scuola di Bioscienze dell’Università di Camerino (Italia), ha lavorato in diversi laboratori italiani e esteri come assistente di ricerca (Max Planck of Animal Behaviour, University of Konstanz, Germania). Le sue passioni sono la zoologia, l’ecologia e il comportamento animale. Nel 2020 inizia la sua esperienza nella divulgazione scientifica tramite brevi articoli su blog e social network.

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