Ci sono storie che vanno ascoltate non solo per quello che raccontano, ma per quello che rappresentano. Le voci delle dodici giovani protagoniste della serie SUN, SHE SAID appartengono a ragazze che hanno deciso di salire su un’auto solare – metaforicamente e letteralmente – e affrontare il deserto australiano. Non è un semplice viaggio di 3.000 chilometri da Darwin ad Adelaide, lungo l’Outback: è un percorso di affermazione, di fiducia, di scoperta.
La Bridgestone World Solar Challenge, che ogni due anni mette alla prova team studenteschi da tutto il mondo, non è solo una gara di ingegneria. È un laboratorio vivente di futuro: un banco di prova per le tecnologie che un giorno potremmo ritrovare sulle nostre strade e, soprattutto, un’esperienza formativa che cambia la vita di chi partecipa.
Queste dodici ragazze – provenienti da Giappone, Australia, Taiwan, Corea del Sud, Estonia, Romania, Stati Uniti – hanno storie diverse, ma un filo comune: hanno scelto di esserci. In un mondo che spesso ancora fatica a immaginare una giovane donna al volante dell’innovazione tecnologica, loro hanno deciso di mettersi in gioco.
Episodio dopo episodio: dodici voci che brillano
Ako Egami, dal Giappone, studia ingegneria meccanica alla Tokai University. Nel team lavora sul design meccanico, con un’attenzione particolare all’aerodinamica e alla leggerezza dei materiali. Guardando le altre ragazze impegnate in ruoli tecnici ed elettrici, Ako spera che sempre più giovani possano pensare: “Forse anch’io potrei farlo.”
Sophia Wiggins, dall’Australia, ha scelto l’ingegneria elettrica perché “è la chiave del futuro”. Nel team Sunswift, vincitore della Cruiser Class alla World Solar Challenge 2023, ha lavorato sul sistema di controllo dell’energia, il cuore pulsante che gestisce flussi tra pannelli e batteria. La sua voce è un inno all’inclusione: non vuole essere vista “solo come una donna”, ma come una persona che dimostra che chiunque, con impegno, può arrivare ovunque.
Tamana Shah, dell’Università Deakin e del team DUST, studia ingegneria ambientale. Racconta con orgoglio l’approccio innovativo della squadra: una monoscocca in carbonio che riduce le emissioni VOC e un’auto più efficiente del 55% rispetto al modello precedente. Per lei il valore più grande è uscire dalla comfort zone e incoraggiare altre ragazze a “fare il salto proprio quando hanno paura”.
Juhi Mukhi, del Western Sydney Solar Team, ha un percorso inusuale: laureata in cyber security e behaviour, cerca esperienza nel mondo IT e trova nel solare la palestra perfetta. Nel team si occupa di data analytics, trasformando numeri in strategie di gara. Il suo messaggio è diretto: seguire i propri sogni, anche quando sembrano non fatti per noi, può aprire strade impreviste.
Jete Vilen, da Tallinn, Estonia, si è laureata in ingegneria meccanica alla TalTech ed è entrata nel team Solaride per sporcarsi le mani dopo anni di teoria. Ha lavorato a elettronica e meccanica, dai motori ai circuiti dei comandi del volante. La sua osservazione è un campanello d’allarme: in un corso di 55 studenti, meno di 10 erano ragazze. “Voglio che questo cambi”, dice.
Le studentesse del team coreano di Seoul National University, Ha, Sebin, Doeun e Dongju, raccontano la sfida di costruire una vettura di sei metri in un’università dove ingegneria e design si incontrano. Dai materiali ai motori, dall’arte alla tecnica, il loro messaggio è chiaro: “Se ingegneria e arte si uniscono, si può creare qualsiasi cosa.”
Sihbuwun, di Taiwan, nel team Apollo Solar Car, ha lavorato soprattutto sul design frontale della vettura Apollo IX+, frutto di modifiche e perfezionamenti. La sua voce è carica di stanchezza e orgoglio: “A volte vuoi solo dormire, ma poi senti la soddisfazione di costruire qualcosa insieme. È un onore partecipare a un evento così grande.”
Ana Marina, dal team rumeno Solis, è al primo anno e studia ingegneria elettrica. Ha disegnato i PCB e le luci dell’auto, ma ha messo mano un po’ a tutto: dalla meccanica alla verniciatura. È felice di aver trovato amicizie e motivazione, e invita le altre ragazze a unirsi a campi spesso dominati dagli uomini. “Si impara da tutto e da tutti”, racconta.
Ada Erickson, della University of Minnesota Solar Vehicle Project, descrive la sua esperienza come “una delle cose più dure e più fighe mai fatte”. Ha lavorato sui motori e contribuito al design delle sospensioni per la nuova vettura. La sua lezione è semplice ma potente: l’ingegneria non è solo per uomini, chiunque può riuscirci se ci crede davvero.
Aisha, del team ANU Solar Racing, unisce ingegneria e relazioni internazionali. Dopo quattro anni è diventata technical lead: ha guidato il gruppo tecnico e visto crescere le competenze dei membri, fino a realizzare un’auto di cui essere orgogliosi. Il suo messaggio è una bussola per il futuro: la diversità rende le squadre più forti, basta avere il coraggio di provarci.
Dodici episodi, dodici accenti diversi, un’unica costellazione di testimonianze che raccontano cosa significa mettersi al volante – reale e simbolico – di un futuro sostenibile.
Perché la World Solar Challenge è più di una gara
La World Solar Challenge non è una corsa come le altre. Non c’è rumore di motori, né puzza di benzina: solo il sibilo delle ruote sull’asfalto e il silenzio immenso dell’Outback. È una sfida che mette alla prova studenti universitari, spesso giovanissimi, chiamati a progettare, costruire e guidare auto alimentate esclusivamente dal sole.
Le categorie spaziano dalle auto sperimentali monoposto alle “Cruiser Class”, concepite come prototipi di veicoli familiari a energia solare. La valutazione non riguarda solo la velocità, ma anche l’efficienza, la praticità, la sostenibilità. Nel 2023, ad esempio, il team Sunswift dell’Università del New South Wales ha vinto la Cruiser Class, dimostrando come un’auto solare a più posti possa essere davvero competitiva.
Ma il valore più grande della gara è educativo e simbolico. I team si preparano per anni, imparano a lavorare insieme, affrontano difficoltà tecniche, notti insonni, deserti infiniti. E alla fine, il traguardo non è solo Adelaide: è la consapevolezza che la transizione energetica e tecnologica passa anche da loro, da quelle mani giovani che hanno costruito qualcosa di rivoluzionario.

Guarda le interviste sul canale Instagram di SHE IS A SCIENTIST.
Role model: perché contano
Mostrare queste dodici ragazze significa dare volto e voce a un cambiamento necessario. Perché ancora oggi, nelle facoltà di ingegneria, le donne sono minoranza; perché ancora troppo spesso si pensa che scienza e tecnologia siano “territorio maschile”.
Eppure, raccontare storie come quelle di Ako, Sophia, Tamana, Juhi, Jete, le studentesse coreane, Sihbuwun, Ana, Ada e Aisha significa dire a ragazze e ragazzi di oggi: “Guardate, è possibile.” Non come eccezione, ma come normalità.
I role model funzionano così: offrono uno specchio in cui riconoscersi e una finestra su possibilità nuove. Vedere una giovane donna disegnare un PCB, guidare un team tecnico, progettare sospensioni o lavorare su algoritmi di analisi dati non è solo ispirazione. È un messaggio concreto: anche tu puoi farlo.
E non riguarda solo le ragazze. Anche i ragazzi hanno bisogno di role model femminili: per crescere in un mondo in cui il talento non ha genere, e dove la collaborazione si arricchisce della diversità.
La potenza del “mostrarsi”
C’è un filo rosso che attraversa tutte le voci di SUN, SHE SAID: il coraggio di mostrarsi. Mostrarsi competenti, anche se al primo anno. Mostrarsi stanche, ma orgogliose. Mostrarsi curiose, anche se l’auto non era la passione iniziale. Mostrarsi leader, senza paura di guidare una squadra.
Mostrarsi significa rompere un silenzio. Significa occupare uno spazio che per troppo tempo è stato chiuso o invisibile. Significa far capire che la normalità del futuro sarà fatta di ingegneri e ingegnere, informatici e informatiche, designer e designer donne.
Il sole che ci guida
Dodici voci, dodici storie. Ognuna di loro ha portato un raggio di luce in una sfida che va ben oltre l’Outback australiano. SUN, SHE SAID non è solo una serie: è un manifesto per una scienza e una tecnologia più inclusive, più giuste, più umane.
La World Solar Challenge continuerà a correre ogni due anni, e con essa centinaia di studenti da ogni continente. Ma quello che resta, al di là dei chilometri, è la certezza che la transizione ecologica e digitale non si costruisce senza diversità.
E allora sì: che il sole guidi il cammino. Non solo delle auto solari, ma anche delle ragazze e dei ragazzi che sognano di cambiare il mondo.
Per scoprire di più sulla gara, guarda il video completo realizzato da Meclimone Produzioni
Queste interviste sono state realizzate grazie al progetto REDWAVE, finanziato dal National Center for Sustainable Mobility (MOST), attraverso il PNRR (M4C2).
