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Astronaute, matematiche e scienziate: le storie invisibili della corsa allo spazio

La storia della corsa allo spazio è spesso raccontata come una sequenza di imprese eroiche individuali, quasi sempre al maschile. Dietro quelle missioni, però, esiste un lavoro collettivo fatto anche di scienziate, matematiche e astronaute il cui contributo è rimasto a lungo ai margini della narrazione ufficiale.

immagine dell'autrice

Nel libro Non era un lavoro da donne [Scienza express, 2025], Maria Rosa Menzio – matematica, saggista e drammaturga – ricostruisce alcune di queste storie dimenticate, tra propaganda politica, barriere tecnologiche e stereotipi culturali che hanno segnato l’accesso delle donne al settore spaziale. In questa intervista riflette sulle difficoltà nel recuperare queste biografie, sul ruolo dell’immagine nella selezione delle prime astronaute e sulle sfide che ancora oggi influenzano il percorso delle ragazze nelle discipline scientifiche.

Il recupero della memoria

Il suo libro compie un’operazione di archeologia biografica necessaria. Qual è stata la sfida metodologica più grande nel recuperare queste biografie? Mi chiedo se il silenzio attorno a queste figure sia stato un atto consapevole di cancellazione storica o l’effetto di una struttura narrativa che, per decenni, ha cercato solo l’eroe solitario alla “Top Gun”, ignorando il contributo di chi lavorava dietro le quinte.

La sfida più grande è stata quella di recuperare notizie sulle cosmonaute sovietiche. Non tanto su Tereskhova, quanto sulle altre che dovevano volare e non l’hanno fatto: la notizia della prima donna in orbita era già stata data e non occorreva altro. In questa ricerca mi ha aiutato molto l’amica dottoressa Anya Leonova, che mi ha indirizzata verso informazioni che in Italia non sono mai arrivate. In effetti, c’è stata, da parte sovietica, la ricerca dell’eroina solitaria e solo di quella. Le altre non contavano, erano contorno.

Il peso della politica e dell’immagine

Analizzando le pioniere sovietiche, emerge chiaramente come il merito tecnico non sia sempre stato l’unico criterio di scelta, scontrandosi con le necessità della propaganda. Il confronto tra Valentina Tereškova e Valentina Ponomareva è emblematico: sebbene quest’ultima fosse tecnicamente superiore, la scelta ricadde sulla Tereškova per la sua immagine di proletaria ideale. Secondo lei, quanto ha pesato questo uso ideologico del corpo femminile nel rallentare l’effettiva integrazione paritaria nel settore, trasformando le donne in simboli anziché in professioniste?

Ha pesato moltissimo. Sia Tereskhova, in ambito femminile, sia Gagarin, in ambito maschile, erano proletari fedeli al partito. Le donne che andarono nello spazio dopo Tereskhova erano raccomandate o “figlie d’arte”. Basti guardare quante sono state in totale le astronaute Usa fino ad oggi e quelle russe/sovietiche. Oltre cento le prime, ufficialmente cinque le seconde.

Le radici matematiche dello spazio

Dalle navicelle passiamo ai calcoli che le hanno portate in orbita. Un aspetto affascinante del libro riguarda le donne il cui contributo è stato fondamentale ma spesso declassato. È un paradosso storico: all’inizio, il calcolo matematico era considerato un ‘lavoro da donne’ perché percepito come ripetitivo e meno nobile rispetto al pilotaggio. Possiamo dire che l’informatica e l’ingegneria moderna abbiano un debito di gratitudine immenso verso un settore che all’epoca era considerato marginale proprio perché occupato da donne?

Certamente. Se pensiamo alle donne de “Il diritto di contare” (film diretto del 2016 diretto da Theodore Melfi) capiamo perché queste scienziate (perché tali erano) siano sempre state considerate non rilevanti quanto i maschi, anche se poi erano questi ultimi a servirsi di loro. Ricordiamo Vera Rubin e l’episodio dei bagni femminili. È il simbolo perfetto di quanto l’ambiente scientifico dell’epoca fosse, letteralmente, costruito a misura d’uomo. Infatti, l’osservatorio di Monte Palomar era un tempio della scienza, ma le donne non erano ammesse. Quando Vera Rubin divenne la prima donna a lavorarci, si scontrò con un problema logistico assurdo: non esisteva un bagno per donne in tutta l’area dell’osservatorio. Lei donna prese un foglio di carta, ritagliò la sagoma di una gonna, la incollò sopra l’immagine dell’omino sulla porta dell’unico bagno disponibile e disse ai colleghi: “Ecco, ora avete un bagno per signore”. Quel gesto sottolineava l’assurdità di un sistema che accettava il genio di una scienziata ma si rifiutava di accoglierne la presenza fisica.

Il corpo femminile come sfida ingegneristica

Oltre ai pregiudizi sociali, le astronaute hanno dovuto affrontare barriere fisiche e tecnologiche letteralmente disegnate contro di loro. Lei descrive molto bene come l’ingegneria aerospaziale sia stata progettata da uomini per uomini: dalle dimensioni delle tute ai sistemi di gestione dei bisogni fisiologici. Qual è stata, tra le tante storie che ha studiato, la barriera tecnica più assurda o emblematica che le donne hanno dovuto abbattere per dimostrare che lo spazio è un ambiente neutro?

Proprio quello del numero di assorbenti in dotazione per un’astronauta. Cento per cinque giorni! E i colleghi maschi protestavano perché a bordo lo spazio era poco…

La formazione: il primo vero confine

Se la tecnologia si adatta, il sistema formativo sembra essere più rigido. La carriera di un’astronauta inizia molto prima del lancio, nelle aule universitarie. Dalle sue ricerche emerge quanto sia stato difficile l’accesso ai percorsi STEM. Guardando alla situazione attuale, pensa che il divario di genere nello spazio sia ormai in via di risoluzione o che la vera battaglia si combatta ancora oggi nelle scuole, dove persistono stereotipi invisibili sul talento scientifico femminile?

La battaglia si inizia nelle scuole, e soprattutto comincia dagli insegnanti. L’affermazione che le donne siano “biologicamente” o “psicologicamente” più adatte all’accudimento piuttosto che alla ricerca pura o alla fisica (come quella di Vera Rubin) è un pregiudizio duro a morire. I punti chiave di questo scontro culturale sono costituiti da uno stereotipo: l’idea che il cervello femminile sia “empatico” (quindi adatto a medicina, insegnamento, assistenza) e quello maschile “sistemico” (adatto a matematica e ingegneria). Quando un docente esprime tali posizioni, l’impatto non è solo un’opinione personale, ma un atto che sminuisce le studentesse presenti nei corsi tecnico-scientifici e alimenta il fenomeno del gender gap nelle carriere accademiche. Inoltre tale atto ignora i dati: le donne nelle materie STEM hanno spesso medie voti più alte, ma abbandonano a causa di un ambiente ostile (come il bagno mancante della Rubin).

Le radici di tutto ciò vanno ancora ricercate nella società, che fino a qualche decennio fa considerava ancora “patrimonio della famiglia” la verginità di una ragazza. Mi spingo più lontano: il cattolicesimo. Pare banale, ma se osserviamo un calendario cattolico, vediamo che a lato dei giorni vi sono sante e santi dedicati. Ora, i santi sul calendario sono circa il 75% – 80%, mentre le sante sono il 20% – 25%…

Lo spazio oggi: tra parità e mercato

Oggi lo scenario è cambiato con l’ingresso dei privati. La Space Race non è più tra nazioni, ma tra grandi aziende. Attualmente assistiamo a operazioni spaziali private che mettono in risalto equipaggi femminili con grande enfasi mediatica (penso ai recenti lanci di Blue Origin o Virgin Galactic). Crede che la dimensione di genere sia finalmente un traguardo di parità raggiunto o che rischi di essere usata come un’operazione di puro “appeal markettaro” per rinfrescare l’immagine dei nuovi brand spaziali?

Il volo “all-female” di Blue Origin aveva un equipaggio di ricche e di popstar, alimentando l’idea di una “Barbie spaziale” piuttosto che di una vera missione scientifica. L’evento era accessibile solo a multimilionarie, mentre nel mondo reale il divario salariale e l’accesso alle materie STEM per le ragazze comuni restano sfide quotidiane. Virgin Galactic dovrebbe essere la risposta “scientifica”, con una strategia diversa, annunciando per il 2026 missioni con team di sole donne ma composte da ricercatrici e scienziate (come Kellie Gerardi e Shawna Pandya). Appare come più “sostanziale”, ma comunque legata al turismo d’élite. Il sospetto è che queste aziende utilizzino la nobile causa della parità di genere per migliorare l’immagine pubblica dei miliardari, attirare nuovi segmenti di mercato (il turismo spaziale femminile e di lusso) e soprattutto distogliere l’attenzione dalle condizioni di lavoro interne alle aziende stesse, dove non sono mancate denunce di sessismo e ambienti tossici. In sintesi, mentre Vera Rubin combatteva per un bagno e per il riconoscimento dei suoi dati astrofisici, il dibattito odierno si è spostato sulla rappresentazione: i lanci privati sono visti o come un’ispirazione necessaria per le bambine di oggi o come un’abile manovra pubblicitaria che usa il volto delle donne per vendere biglietti spaziali.

Scienza ed epistemologia

Al di là dei numeri e dei lanci, c’è una questione che riguarda l’essenza stessa della ricerca. Crede che l’ingresso massiccio delle donne nel settore stia portando a un cambio di paradigma nel modo stesso di fare ricerca e concepire le missioni scientifiche? In altre parole: la Scienza è una disciplina che prescinde totalmente dall’identità di chi la pratica o una prospettiva più diversificata può cambiare le domande che poniamo?

Ritengo che la scienza sia una disciplina che prescinde totalmente dall’identità di chi la pratica. Ricordo la battuta della scienziata Chien-Shiung Wu (che scoprì la violazione del principio di parità nelle interazioni deboli): “Sarebbe interessante chiedere alle particelle elementari se hanno maggior piacere ad essere studiate da un uomo o da una donna!”

Etica e futuro dell’umanità

Concludiamo con uno sguardo a ciò che ci aspetta: il ritorno sulla Luna e la conquista di Marte. Oggi non parliamo più solo di esplorazione ma di colonizzazione. Storicamente, il concetto di conquista ha un’impronta molto maschile e gerarchica. Ritiene che una partecipazione paritaria possa cambiare l’approccio etico con cui l’umanità si stabilirà su altri mondi, rendendo il futuro spaziale un processo di coesistenza più che di pura conquista?

Temo che una partecipazione paritaria non cambi la situazione. L’esplorazione per la conquista purtroppo tocca corde maschili e femminili. La coesistenza implicherebbe un’umanità (donne e uomini) diversa da com’è oggi. Thatcher o prima ancora Boadicea non sono begli esempi. Però c’è stata anche Mary Kingsley, l’esploratrice in gonna. Non partì armata fino ai denti, ma esplorò l’Africa Occidentale (l’attuale Gabon e Nigeria) con un ombrello e le sue lunghe gonne vittoriane. Scalò il Monte Camerun e studiò i popoli locali con un approccio antropologico rivoluzionario, criticando il colonialismo e difendendo le culture indigene. Vorrei che le future astronaute esploratrici le assomigliassero.

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