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Intervista a Luisa Torsi

Luisa Torsi è professoressa ordinaria di chimica all’Università degli Studi Bari Aldo Moro e adjunct professor presso l’Åbo Akademi University in Finlandia. Ha conseguito la laurea in Fisica ed il dottorato di ricerca in Chimica presso l’Università di Bari ed è stata post-doc presso i Bell Laboratories della AT&T/Lucent Technologies negli Stati Uniti. 

È stata anche l’unica donna presidente della European Material Research Society che, con più di 4000 membri, è la più grande della categoria in Europa. 

È molto impegnata anche come role model per le giovani scienziate. (Fonte Università di Bari, dito web).

Ha 2 figli, entrambi ingegneri. 

D.: Lei ha grande esperienza nella ricerca scientifica, come fisica, ma soprattutto come chimica. La sua carriera ha influito sui suoi programmi familiari (es. ha aspettato un determinato momento per sposarsi o diventare madre)?

Ho svolto il dottorato di ricerca tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 e, nel frattempo, mi sono sposata. Io ho tre anni in meno di mio marito e lui già aveva il suo ruolo accademico e lavorava stabilmente. Tra i due avevamo uno “stipendio sicuro”, però il primo figlio è arrivato quando anche io ho avuto un contratto a tempo indeterminato. 

D.: Viceversa, la costruzione di una famiglia ha influito sul suo lavoro (es. non poteva viaggiare, ha ridotto gli orari di lavoro)?

Io ho viaggiato tantissimo. Quando già avevamo il primo figlio ci siamo trasferiti negli USA per 2 anni e per un colpo di fortuna siamo riusciti a trovare entrambi lavoro lì in contemporanea. Quando siamo rientrati in Italia, poi, abbiamo avuto il secondo figlio. Ho sempre lavorato tra le 8 e le 12 ore al giorno, ma, abitando vicino all’università, mi spostavo in bici tra ufficio e casa per poterli allattare, ma ho sempre avuto un aiuto dai nonni oppure da una baby sitter. 

Ritengo che il mio sia un lavoro molto comodo perché, escludendo il vincolo di orari delle lezioni, ogni ricercatore si costruisce da sé la propria agenda, organizzando il lavoro nella giornata come gli è più comodo. 

D.: Ha potuto usufruire del congedo di maternità senza interrompere alcun contratto?

Come accennato prima, il primo figlio è arrivato quando già avevo un contratto a tempo indeterminato, per cui ho usufruito dei 5 mesi di astensione obbligatoria, ma poi sono tornata a lavorare a pieno ritmo, potendo contare su altri aiuti, oltre alla condivisione del carico con mio marito. 

Personalmente ritengo che, anche se uno dei due stipendi dovesse essere interamente impegnato per gli aiuti in casa, si tratterebbe comunque di un investimento per il futuro. Poi, detto tra noi, non è scritto da nessuna parte che debba essere necessariamente il mio lo stipendio a cui rinunciare. 

D.: Ha dovuto allontanarsi dal suo lavoro (principalmente dal laboratorio) durante la gravidanza e/o l’allattamento perché considerato “lavoro a rischio”? Se sì, questo ha influito sulla progressione della sua carriera?

Non mi sono allontanata dal lavoro, ma ho evitato di stare in laboratorio, proprio perché considerato lavoro a rischio.

D.: Le hanno mai, consapevolmente o meno, fatto pesare il fatto di “essere una donna” nel suo ambiente di lavoro?

Quando ho deciso di intraprendere la carriera universitaria mia madre mi disse che mi avrebbero massacrato. Io, però, ho sempre avuto le idee chiare, tenendo sempre presente il mio obiettivo, anche nei momenti di sconforto. 

Le discriminazioni di genere sono subdole, non sono bianche o nere, ma stanno in una zona grigia. Non ci sono atteggiamenti aggressivi palesi e questi messaggi non arrivano mai come qualcosa di chiaro. 

20 anni fa avrei detto che non esiste una discriminazione di genere. Ma ora, guardando i dati che rivelano che solo il 25% dei professori ordinari sono donne, mi rendo conto che, a parità di bravura, esistono discriminazioni di fondo che creano questo divario di genere. 

A volte anche le persone che si reputano progressiste, inconsapevolmente, manifestano pregiudizi stratificati e non avere contezza dei pregiudizi ti rende vittima. 

D.: Vorrebbe lasciare un messaggio per le giovani studentesse di scuole superiori e universitarie?

Alle ragazze vengono sempre mostrate donne che rinunciano alla carriera per accudire i figli, ma questa è una grandissima menzogna. Nell’Italia degli anni ’50-’60 le nonne facevano le contadine e lavoravano 8 ore al giorno nei campi. Con il boom economico si è pensato che la mamma che avesse la possibilità di stare a casa fosse l’ideale. 

Ora ci troviamo nella situazione che tutti hanno bisogno di lavorare, ma le donne non possono avere ruoli apicali. 

Alle studentesse mi sentirei di dire: fai la mamma e fai quello che vuoi. tefici del cambiamento e non subirlo. Sono certa che si divertirebbero molto. 

Questa intervista rientra nel lavoro di tesi svolto da Giovanna Corona su “Scienziate e Maternità” all’interno del Master in Comunicazione Scientifica dell’Università di Parma, grazie al quale sono state poste alcune domande a scienziate attualmente in attività sulla carriera, sulla famiglia, sul loro lavoro e su come siano riuscite a conciliare tutto. La scelta delle protagoniste ha spaziato dalla fisica alla chimica, dall’informatica alla biologia, così come il ruolo assunto, che va dalla docente universitaria alla direzione di un istituto di ricerca fino ad arrivare alle libere professioniste.

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